domenica, 26 luglio 2009

Excursus

Il segreto sta nell’atmosfera. La musica giusta, il volume mai troppo alto. L’ambiente illuminato quanto basta. La notte.

Accendo la sigaretta.

Finalmente c’è silenzio ma faccio lo stesso fatica a recuperare i pensieri.   

Silenzio anche nella testa.

E nel frattempo la sigaretta è finita, dovrei fumarne un pacchetto intero accendendone una dietro l’altra e tanto non basterebbe.

La sigaretta, maledetta abitudine di lasciare il mondo alla sua rotazione e allontanarmi aspirandone il sapore acre. Maledetto rito di fare fuoco per entrare nel viaggio della mia testa.

La accendi e credi di entrare in empatia con te stessa.

E intanto è spenta e non è successo niente, non succede più niente ormai.

Potrei approfittare di questa momentanea presa di coscienza della totale inutilità del fumo ed ammettere finalmente la mia dipendenza. Ciao a tutti. Sono Elena e sono tabagista. Non credente però, solo praticante.

Ho iniziato a fumare ben più di dieci anni fa perché volevo fare la scrittrice. A dire il vero inizialmente il mio sogno era quello di diventare giornalista, poi ho cominciato a pensare in grande.

Alla fine non sono diventata né l’una né l’altra. Sono solo tabagista.

Complimenti Elena.

 

postato da: Gitana80 alle ore 23:00 | link | commenti (4) | commenti (4)
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lunedì, 19 gennaio 2009

Ci sono stati momenti nella mia vita in cui mi sono sentita molto sola.
Questo prima di innamorarmi, ovviamente, di Nicole.
Avevo compiuto venticinque anni da pochi giorni, lavoravo in un locale in centro non lontano dalla casa che avevo preso in affitto insieme a Marco, il mio ragazzo di quel tempo.
Dopo il lavoro avevo fatto un brindisi in mio onore insieme agli amici e ai ragazzi con cui condividevo ogni sera quelle ore di lavoro e qualche momento in allegria, poi ero corsa a casa.
Avevo finito le sigarette ma pensavo che se fossi passata a prenderle al distributore automatico in piazza avrei tardato troppo, ed io non vedevo l’ora di crollare tra le braccia del mio amore.
Il mio amore che però a casa non c’era. Come sempre.
Provai a chiamarlo al telefono ma non rispose.
In quel momento mi sono sentita sola, mi sono seduta su una sedia in cucina e mi sono sentita sola.
Decisi di uscire di nuovo per andare a comprare le sigarette, a piedi alle tre di notte attraverso il centro della città.
Ricordo che faceva molto freddo, forse aveva anche nevicato nei giorni precedenti. Le luci di natale mi tenevano compagnia e le vetrine e l’albero grande al centro della piazza principale, quello futuristico/ecologico che in molti ancora fanno fatica ad apprezzare.
A me è piaciuto molto da subito.
Il rumore delle monete che cadevano nel distributore amplificava il senso di vuoto della città mentre il mio andava svanendo quasi del tutto. E mentre accendevo la sigaretta e le prime gocce di una pioggia fine cominciarono a scendere io mi sentii in pace con il mondo, ma quella notte mi addormentai che Marco non era ancora tornato.
Dopo un anno e tre mesi stavo salendo le scale che portano all’argine artificiale del Po, a trecentocinquanta km dalla mia città. Era quasi primavera.
Sono salita in cima e ho camminato un po’ lungo il fiume fino a una panchina. Lì mi sono seduta appoggiando la schiena senza staccare gli occhi da quelle acque, ed ho iniziato a piangere in silenzio.
Avevo appena bevuto un caffè con un uomo che avrebbe forse potuto affittarmi una camera, ma potevano esserci dei problemi, nel caso li avesse risolti mi avrebbe chiamato sicuramente.
Era stato molto gentile il signore, ma evidentemente poco convincente.
Io ero partita con pochi soldi in tasca, quelli che mi erano avanzati dopo la laurea dal mio lavoro di cameriera, forse quattrocento euro, più trecento che mi avevano dato i miei genitori.
Ero partita piena di speranze ed avevo subito iniziato il mio nuovo lavoro all’ASL di Casalmaggiore, una piccola cittadina del cremonese, ma il primo stipendio lo avrei visto da li a due mesi.
Nel frattempo dormivo in un motel sulla statale, di quelli che credevo esistere solo nei film americani, che la sera riempiono i piazzali di camion di passaggio.
Non riuscivo a trovare un posto in cui vivere. E non avevo abbastanza soldi, né per un affitto, né tantomeno per fare affari con un agenzia immobiliare.
Così quel giorno piansi lungo l’argine del Po.
In seguito le cose si aggiustarono e riuscii prima ad arrangiarmi in qualche modo, poi a sistemarmi un po’ meglio, ma quell’argine continuò ad essere casa mia. Quando qualcuno veniva a trovarmi per prima cosa lo portavo a vedere l’argine.
Un anno dopo vivevo in via Gaetano Amati al num.115 scala A, all’ombra delle cime innevate delle Alpi piemontesi. E non mi sono più sentita sola.
postato da: Gitana80 alle ore 17:05 | link | commenti (13) | commenti (13)
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Utente: Gitana80
Nome: Elena
Curiosa & indipendente, amo viaggiare e...cambiare casa una volta all'anno!!!

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